Sud: nuovi leader cercasi

21 04 2008

In questo articolo, pubblicato su Il Riformista dello scorso 13 marzo, la professoressa Anna Chimenti ci presenta un meridione ormai staccato dal resto della nazione, una deriva lenta e sofferta in attesa di nuovi leader.

S’è guadagnato le prime pagine dei giornali, Rino Vendola, sindaco di Gravina di Puglia,
il paese dei due bambini Ciccio e Tore, scomparsi e ritrovati in fondo a un pozzo, dove hanno atteso per giorni che qualcuno andasse a trovarli.
Vendola ha avuto il coraggio di dire apertamente quel che tutti avevano notato seguendo i telegiornali e vedendo la gente del paese, alle spalle dei cronisti in diretta, fare a spintoni per farsi inquadrare dalla tv. «Una comunità indifferente e spesso volgare. Di quella volgarità che nasce da ignoranza, sciacallaggio e incultura e voglia di apparire dietro le telecamere», ha dichiarato il sindaco al Corriere della Sera.

È una descrizione impietosa, specie per chi è abituato a considerare il Sud come la terra in cui, anche per ritardi atavici, resiste ancora una dimensione umana, familiare, di comunità e solidarietà.
E invece, mentre l’aspetto tradizionale a poco a poco scompare, larga parte del Sud, specie quello dei piccoli centri, sta a poco a poco staccandosi dalla realtà del resto del Paese. A parte la televisione, che rimane l’unico vero elemento di collegamento con il resto dell’Italia, il localismo ha preso il sopravvento, ed è venuta meno ogni speranza che la soluzione dei propri problemi passi per un intervento dello Stato. Napoli e il problema insolubile della mondezza sono l’esempio principe di questa nuova situazione. Ma ovunque ormai, si può dire, nel Meridione, è prevalsa la dimensione locale e una sorta di deteriore “fai da te”.
Non ci sono più leader politici nazionali che provengano dalle città del Sud.

Chi ha preso il posto di Moro, Reale, Mancini, Amendola, Gullo, Di Vittorio, e perfino dei Colombo, Misasi, Mattarella, Formica? Per De Mita che corre nella sua Irpinia la sua ultima corsa, per Sassolino che - presto o tardi - si prepara a lasciare la sua Campania, dopo quasi un ventennio di regno ininterrotto, nessun nuovo astro è sorto, nessun ras ha preso posto. La vera classe politica del Sud sono gli assessori regionali dai nomi sconosciuti, che guidano amministrazioni spesso più grandi e più potenti di certi ministeri romani, e che naturalmente non rispondono a nessuno tranne che a sé stessi.

Dei sedicenti manager della politica, alle prese spesso con complicate controversie giudiziarie, che badano ai propri interessi e solo in base a questi decidono la propria collocazione.
Gente che, pur di ottenere, non un incarico, ma anche solo la promessa di un posto, può passare con indifferenza e senza il minimo imbarazzo da un partito all’altro, da uno schieramento all’altro portandosi dietro pacchetti di tessere e di voti, come ha fatto il siciliano, ex centrosinistra, Ferdinando Latteri, detto anche “mister trentamila voti”, passato al Mpa.
O come il calabrese Giuseppe Galati, deputato uscente Udc e passato a Forza Italia. O come il vicepresidente del consiglio provinciale di Cosenza Mario Caligiuri, passato, mantenendo !’incarico, dall’Udeur a Italia dei Valori. O ancora Oreste Morcavallo, anche lui calabrese, assessore all’Edilizia scolastica, passato dall’Udeur a Italia dei Valori.

Nei quindici anni di Seconda Repubblica insomma non è avvenuto al Sud quel che invece è accaduto al Nord. Non è nato un Berlusconi (anzi, curiosamente, il Cavaliere ha nel Meridione una fortissima audience e una inesauribile riserva di voti). Né un Tremonti, né un Bossi (a meno di non voler considerare, ed è davvero spropositato, aspirante a un ruolo pari a quello del Senatur il leader del Mpa e candidato a presidente
della Regione Sicilia Raffaele Lombardo). Nessun sindaco di grandi città, come la Moratti o Veltroni o Chiamparino o Cofferati, è assurto a ruoli nazionali.
Nessun governatore come Formigoni ha potuto aspirare a un incarico di ministro.
Se questo non è accaduto, ci dev’essere una ragione, forse ce n’è più di una.
La più nascosta, che dovrebbe anche essere la più esplorata, per capire verso dove
sta andando metà del Paese, è quella svelata dal sindaco di Gravina: !’indifferenza, la volontà di affrontare e cercare di risolvere i problemi con i metodi locali, con le conoscenze locali, perfino con le guerre di bande e le mafie locali.
Stupisce che né il centrodestra né il centrosinistra si interessino a una questione così importante.
Se il Sud si stacca o diventa un pezzo a sé, non è un problema dei meridionali, ma di tutti noi.

Masa





Sud, le periferie votano Pdl

18 04 2008

Da Il Sole 24ore, un’analisi interessante ma, mi chiedo, la Basilicata?

Più consensi nei quartieri popolari e in provincia Ici e bonus bebè hanno convinto operai e insegnanti

Vomero, quartiere bene di Napoli. Qui il Popolo della libertà si è fermato (per modo di dire) al 43 per cento. Ma basta spostarsi in periferia, basta spingersi fino a Secondigliano, dove il numero dei lampioni cala insieme alle cifre dello stipendio, per veder schizzare il consenso al 57 per cento. Stesso discorso a Cagliari.
In centro il Pdl è al 42 per cento, nel seggio davanti alle case popolari di Sant’Elia supera il 45 per cento. E se da lì andiamo fino a Quartu Sant’Elena, di fatto periferia della città, arriviamo al 53. Ed è così anche in Puglia, in Sicilia, in Calabria. In tutto il Sud.

Più voti in periferia che al centro, più in provincia che in città. Ceto medio, pancia del Paese, strati popolari: chiamatelo come volete, ma è qui che il Pdl ha stravinto nel Mezzogiorno, senza nemmeno l’aiuto della Lega come al Nord.
Non sono imprenditori e liberi professionisti ma impiegati, operai, insegnanti che magari un tempo stavano a sinistra.
Attirati dal taglio dell’Ici, visto che anche al Sud l’80 per cento delle famiglie è proprietaria di casa. Invogliati dal ritorno del bonus bebè, perché qui i figli si fanno ancora. E convinti dal cambiamento promesso da Berlusconi in una terra dove tutto sembra immobile. Non solo oggi, con la sinistra al potere a Roma e nelle Regioni. Ma da sempre.

Le periferie e le province
Lo schema è sempre lo stesso. Il Popolo delle libertà avanza di più nei centri medi e piccoli della provincia che nelle città capoluogo. È così a Palermo dove il Pdl prende il 46 per cento in città e il 48 considerando l’intera provincia.
E così a Napoli, dove si passa dal 45 al 48 per cento, e anche a Catania e Bari dove pure la differenza scende sotto l’1 per cento.
«È la dimostrazione — dice Raffaele Fitto, ex governatore della Puglia, in corsa per una poltrona nel governo — di come noi abbiamo capito meglio i bisogni della gente comune, quella che non chiede la luna ma sicurezza e qualche soldo in più per campare.

Masa





Al Sud vince il familismo cinico

10 04 2008

In un articolo del prof. Carlo Carboni, su “Il Sole24ore” di oggi: limiti e debolezze del mezzogiorno d’Italia.

Di seguito alcuni stralci, qui l’intero pezzo.

Nel Mezzogiorno l’economia è debole e distorta dagli aiuti pubblici “a pioggia” e il mercato politico surroga le debolezze economiche. Tutto questo può essere interpretato come una maliziosa dipendenza del Sud dal Nord, ma poi va considerato che il ceto politico meridionale finisce per influenzare in modo significativo le scelte di quello nazionale. In termini di élite locali, il Sud è dominato da un sistema panpolitico, in cui il governante è anche spesso datore di lavoro, erogatore di concessioni e licenze, di sussidi e quant’altro, e soprattutto è arbitro della gestione e della distribuzione della spesa pubblica mediante reti parentali politicizzate (con famiglie trasversaliste, trasformiste, con esponenti professionisti). Sotto le etichette dei partiti-élite si è formato un ceto politico autoreferenziale e trasformista, che si avvale nell’esercizio dell’autorità di meccanismi clientelari (in un deserto del merito) e della lealtà passiva espressa dal voto clientelare.

Il tema del rinnovamento dei ceti politici meridionali appare un punto cieco della coscienza nazionale che soprattutto i due partiti allo “stato nascente” (Pd e Pdl) dovrebbero affrontare, selezionando e rinnovando i propri ceti politici meridionali. Del resto, la questione non è né di destra né di sinistra: il clientelismo politico fa male al Sud e lo invischia con poteri mafiosi che tengono lontano il mercato economico e tolgono ossigeno al senso civico, impedendo così la crescita: una trappola, con un doppio svantaggio competitivo.

Chi non è d’accordo, alzi la mano.