Montezemolo, Ichino e il sindacato ballerino

19 04 2008

Luca, il Duca dell’impresa italiana lascia il vertice di Confindustria e, come un nuovo Fred Astaire, fa ballare i sindacati. Mentre Pietro Ichino, noto giuslavorista e fresco senatore del Pd, prova a dare i voti ad imprese e operai.

Sul Corriere di oggi, nel passare le consegne al vertice di confindustria Motezemolo lascia il segno:

«Il risultato delle elezioni conferma quanto andiamo dicendo da tempo: i lavoratori non si sentono più rappresentati da forze politiche e sociali incapaci di dare risposte vere ai loro problemi concreti. E sono molto più vicini alle nostre posizioni che non a quelle dei sindacalisti»

«È ormai chiaro che la trincea dei negoziati infiniti, del rifiuto di guardare con occhi obiettivi la realtà e soprattutto in che direzione va il mondo, serve solo e soltanto a difendere una casta di professionisti del veto - ha proseguito Montezemolo, applaudito dalla platea degli imprenditori -. È veramente ora che il sindacato apra gli occhi e si confronti con il mondo reale, rinunciando a pratiche vecchie, come quegli scioperi rituali e inutili che ogni due anni accompagnano puntualmente i rinnovi contrattuali»

Pietro Ichino, in una intervista a Repubblica afferma:

«La realtà non è così semplice; ma la dichiarazione di Montezemolo coglie una parte rilevante della realtà: il nostro sistema di relazioni industriali funziona molto male»

É possibile che Confindustria stia effettuando un pressing sul Partito Democratico per indurlo a mollare la Cgil?
«Questo pressing implicherebbe che tra PD e Cgil ci fosse un nesso privilegiato, che non c’è affatto: come si è visto chiaramente in questa campagna elettorale, il PD sostiene e pratica non solo l’autonomia del sindacato dalla politica, ma anche l’autonomia della politica dal sistema delle relazioni sindacali. Aggiungo che il sindacalismo peggiore, come del resto quello migliore, non alligna soltanto nella Cgil».

Montezemolo dice ancora che in quattro anni i sindacati non hanno voluto o potuto raggiungere un accordo «non con noi ma tra di loro»

«É vero. Montezemolo, però, dovrebbe riconoscere che anche in seno alla Confindustria, in questi anni, si sono viste molte resistenze alla riforma necessaria della contrattazione collettiva. Il sistema delle relazioni industriali non è fatto soltanto dai sindacati, ma anche dalle associazioni imprenditoriali: anche queste devono riformarsi. E rinunciare a molti atteggiamenti conservatori».

Secondo Montezemolo dal risultato elettorale emerge che i lavoratori non si sentono più rappresentati da forze politiche e sociali incapaci di dare risposte vere ai loro problemi». Condivide questo punto di vista?
«Che il nostro sistema di relazioni sindacali sia oggi in grave affanno, e incapace di auto-riformarsi, è vero. Ed è vero anche che questo ha un effetto grave di freno per tutto il sistema economico. Ma la buona politica non è quella di fare di tutta l’erba un fascio. Fossi in Confindustria punterei semmai su quello che c’è ancora di buono nel sindacalismo italiano, per valorizzarlo. Montezemolo ha molti meriti, ma non ha brillato in questi anni per capacità di tessere la tela, di fare da sponda al sindacalismo migliore; la speranza è che su questo terreno Emma Marcegaglia si dimostri più abile».

masa





La comunità e il mercato

18 04 2008

Rapporto tra politica e società civile: Dario Di Vico sul Corriere, da leggere .

Ma il cittadino globale — sia il metalmeccanico di Mirafiori o
l’artigiano di Schio che con il loro voto hanno reso possibile il successo della Lega Nord — non vuole vivere da solo e chiede perentoriamente nuovi filtri,
nuovi strumenti di intermediazione tra lui e il dio mercato.
La competizione globale lo terrorizza, la strumentazione politica e sindacale del secolo scorso gli pare obsoleta, i modernisti non riescono a scaldargli il cuore e così riscopre i valori del territorio e della comunità. E ricrea le condizioni, dopo la morte della Dc, di un nuovo interclassismo, stavolta su base dell’identità locale.

Comunità è già di per sé una parola che suona calda e le prime analisi dei flussi elettorali ci dicono che riesce addirittura a sostituire nel cuore degli operai rossi la mitica Classe perché evoca una solidarietà collettiva che promette di accompagnarlo dalla culla alla tomba, come si vantava di saper fare la socialdemocrazia dei tempi d’oro.

Il rischio che la comunità sostituisca la vecchia sinistra e le confederazioni del lavoro,
che il verde subentri al rosso ma che i costi della non modernizzazione invece di scendere salgano, c’è tutto. E del resto mentre sindacati e imprenditori del ‘900 avevano nel fordismo almeno una grammatica comune, oggi è difficile rintracciare un alfabeto della globalizzazione nel quale si possano riconoscere le parti in causa, i ceti medi padani impauriti e le élite cosmopolite che dormono in Italia una notte su tre.

La forza di coesione rappresentata dall’identità di territorio se giocata contro l’integrazione e l’apertura del sistema Paese può rivelarsi un gigantesco autogol, la moltiplicazione di tante piccole società chiuse capaci tutt’al più di rallentare i tempi del proprio inevitabile declino.
Ma non è detto che sia così. Il senso di appartenenza a una comunità può anche rappresentare un fattore competitivo e la straordinaria storia dei distretti industriali sta lì a dimostrarlo. Perché non resti un’esperienza isolata forse tocca a quelli che polemicamente vengono chiamati i mercatisti un sovrappiù di elaborazione culturale.
La capacità di prospettare al cittadino impaurito un mercato capace di fornire comunque una seconda chance.

Masa