Il nuovo gioco dell’estate…indovina il sito

22 05 2008

Dal conclave ministeriale di Napoli, Berlusconi entra Papa e ne esce ancora di più. Come il migliore dei pontefici, benedice i suoi cardinali e dispensa “urbi et orbi” un giro di vite sulla criminalità e sull’immondizia. La Campania sara’ presto ripulita dai rifiuti con sette siti di sversamento. Tre già individuati (Sant’Arcangelo Trimonte, Savignano Irpino e Terzigno) e quattro da individuare. Su questi, in particolare, vige il più stretto riserbo, come si dice in gergo. In paroloni, “non vi dico quali sono perché sennò bloccate tutto e buonanotte ai suonatori”. Certo è che si dovrebbe aprire un buco in ogni provincia e, il fosso che più interessa la Basilicata, sarebbe quello di Serra Arenosa, a Caggiano (Salerno), a un tiro di schioppo dal confine con Vietri di Potenza.

A cavallo dell’ultimo anno i vietresi si sono “sollevati” contro la decisione campana, presa in gran fretta dalla Provincia di Salerno, riuscendo a bloccare l’arrivo dei camion con la munnezza. Ma, di quella vicenda, sarebbe opportuno ricordare che l’assessore provinciale di Salerno all’ambiente, Angelo Paladino, delineò un quadro abbastanza chiaro.

L’area nord della provincia di Salerno ha già dato in termini di discariche. La zona sembra essere satura per cui bisogna considerare il pezzo di territorio che va da Sicignano in giù. Per giunta, la parte occidentale è “coperta” dal Parco nazionale del Cilento e del Vallo di Diano e la porzione meridionale non compresa nella zona protetta è a ridosso del mare e con qualche vocazione turistica, Da Palinuro a Policastro.

E quindi? Gli indizi portano anche il più inesperto dei giallisti a fare un pensierino su un magico ritorno in auge di Serra Arenosa. Nulla è certo, ed è fuor di dubbio che qualcosa si deve pur fare per risolvere quella che ormai è senza repliche un’emergenza nazionale. Non è certo il momento del “not in my garden” (non nel mio giardino) e, qualunque sia la scelta, le popolazioni dovrebbero vigilare non tanto sullo sversamento dichiarato, ma su quello “tra le righe”. Sul rischio, cioe’, che si certifica un certo tipo di munnezza e poi se ne infiltra altra, ben più pericolosa.

Resta il fatto che, comunque vada, il sito di Caggiano fa capo a una comunità, quella del Vallo di Diano, dove la raccolta differenziata non è una moda, ma un’attivita’ quotidiana svolta con rigore, a cui si aggiunge l’attentato ai confini lucani, dove per il momento non sembrano esserci problemi di affollamento di sacchetti. Qualcuno dice che la camorra ha partorito l’emergenza e la camorra la risolverà. Per ogni considerazione, comunque, occhi aperti…





Silvio si è fermato a Eboli

13 05 2008

La Basilicata è assente dal governo.  Consegnata infatti la lista dei sottosegretari (CHE POTETE SCARICARE CLICCANDO SUL LINK IN FONDO) tra i tanti nomi non se ne legge uno che sia lucano, consegnando a questa terra il primato, condiviso da poche altre meridionali, di non aver nessun rappresentante nella squadra del quarto Berlusconi. Il nome più accreditato era quello di Guido Viceconte, già coordinatore regionale di Forza Italia e sottosegretario dal 2001 al 2006. Si era parlato, dopo la vittoria del 13 e 14 aprile, di un posto alle infrastrutture prima e alle attività produttive poi, senza contare quanti speravano in una fascia di vice ministro. Poi Silvio gli ha chiesto il classico “passo indietro” per facilitare la composizione della squadra, e Viceconte ha accettato. Resta il fatto che, nonostante un buon risultato del Pdl in Basilicata (a meno di tre punti percentuali dal Pd), i lucani non hanno rappresentanti ta le leve del comando. Ma quello che tanti si sono chiesti dopo la diffusione della notizia è: “Che fine fa la promessa, dello stesso Viceconte, di dimezzare il prezzo della benzina?”. Le cariche passano…gli aumenti restano. 

Clicca per scaricare:

sottosegretari-2008





La Basilicata nel 2007 tra stagnazione e recessione

11 05 2008

I dati, si sa, sono come il pongo che si usava all’asilo. Un materiale senza forma che è possibile plasmare, secondo una moda recente, in relazione alle esigenze. E’ un po’ quello che è accaduto, nei giorni scorsi, prima e dopo la presentazione del rapporto di Unioncamere Basilicata sullo stato dell’economia e della finanza lucane del 2007. Ma, più che sulle analisi, il dibattito si è “scaldato” sulle terapie da offrire ad una terra che, facendo una media sui giudizi espressi, è quantomeno “malaticcia”. Fondi unici straordinari, attrazione di investimenti esteri o di grandi gruppi, ripristino delle aree industriali in decadenza sono solo acune delle medicine per una lucania con qualche linea di febbre.

A leggere le tabelle (SCARICABILI DAI LINK IN FONDO ALL’ARTICOLO) ci sono però alcuni elementi incontrovertibili. Il Pil lucano non cresce (+0,8 rispetto al 2006, una briciola), le famiglie non hanno soldi per la spesa e in un anno sono andati in fumo 2mila posti di lavoro (occupazione che, per il momento resta ancorata al posto pubblico e ai due colossi produttivi presenti: la Fiat e le risorse naturali). A questo si unisce un altro dato: la Basilicata è la prima regione, tra quelle a statuto ordinario, per spesa pubblica pro-capite. Per ogni cittadino dalle casse regionali sono usciti 5000 euro nel 2007. Tra le voci principali, accanto alla sanità, c’e’ il settore “economy”, ovvero proprio l’esborso per il sostegno al territorio e allo sviluppo industriale.

Detto ciò, è ancora possibile parlare di rilancio dell’economia legato allo sviluppo dell’artigianato locale, del turismo e alla sopravvivenza a ogni costo della miriade di aree industriali? In Basilicata mancano le infrastrutture, e i prodotti “indigeni” possono contare solo un mercato locale che, su una popolazione di 500 mila persone, non è il massimo. Che senso hanno le calzature a Maratea, il filato ad Atella e l’incentivo pubblico al piccolo impenditore nordico che arriva, spolpa quanto può e poi scappa. Il treno dei fondi europei è all’ultima corsa. Forse è il momento di abbandonare, per quanto possibile, la politica dell’abbellimento delle piazze, e pensare di dotare questa regione di infrastrutture materiali e immateriali (strade, ferrovie, banda larga e sburocratizzazione, tanto per citarne alcuni) e di un tessuto produttivo stabile e duraturo. Per il momento Fiat (e indotto) e sfruttamento delle risorse energetiche (acqua e petrolio) restano le uniche prospettive, lontane anni luce dai finanziamenti a pioggia e dalla propaganda elettorale.

Rapporto sull’economia lucana del 2007

Rapporto 2007 sulla finanza locale della Basilicata





Matera Caput Mundi

8 05 2008

 

MATERA OMBELICO DEL MONDO





In Basilicata la Mafia non esiste

7 05 2008

In Basilicata la Mafia non esiste. E la tesi non è discutibile. Secondo la prima definizione che appare nel dizionario Garzanti, infatti, questa e’ una “organizzazione criminale siciliana”. Un assunto evidente come il fatto che la Camorra è campana, la ‘Ndrangheta è calabrese e la Sacra Corona Unita è pugliese. Ma basta sostituire la “M” di Mafia da maiuscola a minuscola per cambiare totalmente il concetto che, sempre secondo il Garzanti, diventa “gruppo di potere che opera illecitamente”. Tornando al principio, la Mafia non esiste in Basilicata, questione chiusa. Ma allora, in Basilicata c’è la mafia? Nel linguaggio parlato le maiuscole non appaiono. Quindi, nei discorsi, nei comizi e nelle chiacchiere da bar ogni risposta è lecita. Ma in quello scritto no. Per questo sarebbe utile dare uno sguardo all’ultima “fatica” letteraria del presidente regionale della Basilicata di “Libera”, don Marcello Cozzi (“Quando la mafia non esiste, malaffare e affari della mala in Basilicata”, Gea editore, euro 14).

Se sia o meno un buon libro, spetterà a ogni singolo lettore dare, e darsi, un giudizio proprio e autonomo. Ma, quantomeno, è sicuramente un libro estremamente valido e utile. Per due ragioni. La prima è di aver evitato nel testo tesi filosofiche, analisi sociologiche spicciole o giri copernicani di parole. Non è sicuramente il saggio di un intellettuale dei salotti romani. E’ scritto con un linguaggio semplice e piacevole, adatto a chiunque. E poi, nel volume, ci sono i fatti. O meglio, tanti fatti. Raccolti attraverso le intercettazioni, le inchieste dei giornali e quelle dei magistrati.

Dall’omicidio dei coniugi Gianfredi (a Potenza, nel 1997) alla scomparsa di Elisa Claps (il 12 settembre 1993) fino al lavoro dei pm di Catanzaro, De Magistris, e Potenza, Woodcock, passando per i casi di usura, dei piccoli e grandi fatti di sangue, e di alcune vicende apparentemente lontane della Basilicata come l’uccisione della giornalista della Rai, Ilaria Alpi.

Non tutto potrebbe essere legato da un filo. Non tutti i nomi citati potrebbero essere collegati o collegabili. E’ pur vero che, al giorno d’oggi, si è diffuso l’uso del verbo, “travisare” aggiunto alla parola “fatti”, per inculcare all’italiano medio il concetto secondo cui qualsiasi situazione, anche se evidente, può essere è “altro” perché ricostruita in un certo modo, specie quando per qualcuno risulta “scomoda”. In alcuni casi è vero. Ma non può essere la giustificazione a tutto.

La seconda ragione è che, dopo le vicende degli ultimi anni, la Basilicata aveva bisogno di un riassunto quanto piu’ chiaro possibile. Perché nessuno, in questa regione, può più permettersi di non avere un’opinione in merito. Il libro è ancora sulla scrivania, fresco di stampa. Servirà qualche giorno per arrivare a pagina 458. Ma al termine della lettura, ed è questo il maggiore pregio di questo lavoro, non avere un’opinione, qualunque essa sia, non sarà piu’ possibile. Ed è già un successo. Ma, è opportuno ribadirlo, in Basilicata la Mafia non esiste.





Sud: nuovi leader cercasi

21 04 2008

In questo articolo, pubblicato su Il Riformista dello scorso 13 marzo, la professoressa Anna Chimenti ci presenta un meridione ormai staccato dal resto della nazione, una deriva lenta e sofferta in attesa di nuovi leader.

S’è guadagnato le prime pagine dei giornali, Rino Vendola, sindaco di Gravina di Puglia,
il paese dei due bambini Ciccio e Tore, scomparsi e ritrovati in fondo a un pozzo, dove hanno atteso per giorni che qualcuno andasse a trovarli.
Vendola ha avuto il coraggio di dire apertamente quel che tutti avevano notato seguendo i telegiornali e vedendo la gente del paese, alle spalle dei cronisti in diretta, fare a spintoni per farsi inquadrare dalla tv. «Una comunità indifferente e spesso volgare. Di quella volgarità che nasce da ignoranza, sciacallaggio e incultura e voglia di apparire dietro le telecamere», ha dichiarato il sindaco al Corriere della Sera.

È una descrizione impietosa, specie per chi è abituato a considerare il Sud come la terra in cui, anche per ritardi atavici, resiste ancora una dimensione umana, familiare, di comunità e solidarietà.
E invece, mentre l’aspetto tradizionale a poco a poco scompare, larga parte del Sud, specie quello dei piccoli centri, sta a poco a poco staccandosi dalla realtà del resto del Paese. A parte la televisione, che rimane l’unico vero elemento di collegamento con il resto dell’Italia, il localismo ha preso il sopravvento, ed è venuta meno ogni speranza che la soluzione dei propri problemi passi per un intervento dello Stato. Napoli e il problema insolubile della mondezza sono l’esempio principe di questa nuova situazione. Ma ovunque ormai, si può dire, nel Meridione, è prevalsa la dimensione locale e una sorta di deteriore “fai da te”.
Non ci sono più leader politici nazionali che provengano dalle città del Sud.

Chi ha preso il posto di Moro, Reale, Mancini, Amendola, Gullo, Di Vittorio, e perfino dei Colombo, Misasi, Mattarella, Formica? Per De Mita che corre nella sua Irpinia la sua ultima corsa, per Sassolino che - presto o tardi - si prepara a lasciare la sua Campania, dopo quasi un ventennio di regno ininterrotto, nessun nuovo astro è sorto, nessun ras ha preso posto. La vera classe politica del Sud sono gli assessori regionali dai nomi sconosciuti, che guidano amministrazioni spesso più grandi e più potenti di certi ministeri romani, e che naturalmente non rispondono a nessuno tranne che a sé stessi.

Dei sedicenti manager della politica, alle prese spesso con complicate controversie giudiziarie, che badano ai propri interessi e solo in base a questi decidono la propria collocazione.
Gente che, pur di ottenere, non un incarico, ma anche solo la promessa di un posto, può passare con indifferenza e senza il minimo imbarazzo da un partito all’altro, da uno schieramento all’altro portandosi dietro pacchetti di tessere e di voti, come ha fatto il siciliano, ex centrosinistra, Ferdinando Latteri, detto anche “mister trentamila voti”, passato al Mpa.
O come il calabrese Giuseppe Galati, deputato uscente Udc e passato a Forza Italia. O come il vicepresidente del consiglio provinciale di Cosenza Mario Caligiuri, passato, mantenendo !’incarico, dall’Udeur a Italia dei Valori. O ancora Oreste Morcavallo, anche lui calabrese, assessore all’Edilizia scolastica, passato dall’Udeur a Italia dei Valori.

Nei quindici anni di Seconda Repubblica insomma non è avvenuto al Sud quel che invece è accaduto al Nord. Non è nato un Berlusconi (anzi, curiosamente, il Cavaliere ha nel Meridione una fortissima audience e una inesauribile riserva di voti). Né un Tremonti, né un Bossi (a meno di non voler considerare, ed è davvero spropositato, aspirante a un ruolo pari a quello del Senatur il leader del Mpa e candidato a presidente
della Regione Sicilia Raffaele Lombardo). Nessun sindaco di grandi città, come la Moratti o Veltroni o Chiamparino o Cofferati, è assurto a ruoli nazionali.
Nessun governatore come Formigoni ha potuto aspirare a un incarico di ministro.
Se questo non è accaduto, ci dev’essere una ragione, forse ce n’è più di una.
La più nascosta, che dovrebbe anche essere la più esplorata, per capire verso dove
sta andando metà del Paese, è quella svelata dal sindaco di Gravina: !’indifferenza, la volontà di affrontare e cercare di risolvere i problemi con i metodi locali, con le conoscenze locali, perfino con le guerre di bande e le mafie locali.
Stupisce che né il centrodestra né il centrosinistra si interessino a una questione così importante.
Se il Sud si stacca o diventa un pezzo a sé, non è un problema dei meridionali, ma di tutti noi.

Masa





Al Sud vince il familismo cinico

10 04 2008

In un articolo del prof. Carlo Carboni, su “Il Sole24ore” di oggi: limiti e debolezze del mezzogiorno d’Italia.

Di seguito alcuni stralci, qui l’intero pezzo.

Nel Mezzogiorno l’economia è debole e distorta dagli aiuti pubblici “a pioggia” e il mercato politico surroga le debolezze economiche. Tutto questo può essere interpretato come una maliziosa dipendenza del Sud dal Nord, ma poi va considerato che il ceto politico meridionale finisce per influenzare in modo significativo le scelte di quello nazionale. In termini di élite locali, il Sud è dominato da un sistema panpolitico, in cui il governante è anche spesso datore di lavoro, erogatore di concessioni e licenze, di sussidi e quant’altro, e soprattutto è arbitro della gestione e della distribuzione della spesa pubblica mediante reti parentali politicizzate (con famiglie trasversaliste, trasformiste, con esponenti professionisti). Sotto le etichette dei partiti-élite si è formato un ceto politico autoreferenziale e trasformista, che si avvale nell’esercizio dell’autorità di meccanismi clientelari (in un deserto del merito) e della lealtà passiva espressa dal voto clientelare.

Il tema del rinnovamento dei ceti politici meridionali appare un punto cieco della coscienza nazionale che soprattutto i due partiti allo “stato nascente” (Pd e Pdl) dovrebbero affrontare, selezionando e rinnovando i propri ceti politici meridionali. Del resto, la questione non è né di destra né di sinistra: il clientelismo politico fa male al Sud e lo invischia con poteri mafiosi che tengono lontano il mercato economico e tolgono ossigeno al senso civico, impedendo così la crescita: una trappola, con un doppio svantaggio competitivo.

Chi non è d’accordo, alzi la mano.