La comunità e il mercato
18 04 2008Rapporto tra politica e società civile: Dario Di Vico sul Corriere, da leggere .
Ma il cittadino globale — sia il metalmeccanico di Mirafiori o
l’artigiano di Schio che con il loro voto hanno reso possibile il successo della Lega Nord — non vuole vivere da solo e chiede perentoriamente nuovi filtri,
nuovi strumenti di intermediazione tra lui e il dio mercato.
La competizione globale lo terrorizza, la strumentazione politica e sindacale del secolo scorso gli pare obsoleta, i modernisti non riescono a scaldargli il cuore e così riscopre i valori del territorio e della comunità. E ricrea le condizioni, dopo la morte della Dc, di un nuovo interclassismo, stavolta su base dell’identità locale.Comunità è già di per sé una parola che suona calda e le prime analisi dei flussi elettorali ci dicono che riesce addirittura a sostituire nel cuore degli operai rossi la mitica Classe perché evoca una solidarietà collettiva che promette di accompagnarlo dalla culla alla tomba, come si vantava di saper fare la socialdemocrazia dei tempi d’oro.
Il rischio che la comunità sostituisca la vecchia sinistra e le confederazioni del lavoro,
che il verde subentri al rosso ma che i costi della non modernizzazione invece di scendere salgano, c’è tutto. E del resto mentre sindacati e imprenditori del ‘900 avevano nel fordismo almeno una grammatica comune, oggi è difficile rintracciare un alfabeto della globalizzazione nel quale si possano riconoscere le parti in causa, i ceti medi padani impauriti e le élite cosmopolite che dormono in Italia una notte su tre.La forza di coesione rappresentata dall’identità di territorio se giocata contro l’integrazione e l’apertura del sistema Paese può rivelarsi un gigantesco autogol, la moltiplicazione di tante piccole società chiuse capaci tutt’al più di rallentare i tempi del proprio inevitabile declino.
Ma non è detto che sia così. Il senso di appartenenza a una comunità può anche rappresentare un fattore competitivo e la straordinaria storia dei distretti industriali sta lì a dimostrarlo. Perché non resti un’esperienza isolata forse tocca a quelli che polemicamente vengono chiamati i mercatisti un sovrappiù di elaborazione culturale.
La capacità di prospettare al cittadino impaurito un mercato capace di fornire comunque una seconda chance.
Masa
Sì, c’è una sfasatura tra quello che è stato e quello che ancora non è. E siccome non è diventa complesso elaborare nuove grammatiche. Di sicuro non si può interpretare questo indeterminato con le categorie e gli schemi del ‘900. Il dilemma è: c’è un modo di “sinistra” per sopire le paure della modernità?
L’ideologia: il padrone, il capitalismo ecc. sono stati sempre la panacea di tanti mali ma, adesso non basta più. Forse, oggi, il lavoratore veramente si sente compartecipe, se non ancora dell’azienda in cui lavora, almeno del sistema economico in cui vive. Se questo è il primo passaggio per alzare finalmente lo sguardo per vedere avanti, vuol dire che c’è futuro davanti a noi e questo, chiunque governi.
Certo è piuttosto sconcertante vedere il moltiplicarsi di interpretazioni sulla Lega, che, è bene non dimenticarlo, è lì da decenni. Nessuno aveva capito niente. E poi vennero le elezioni…
si, è vero, ma mentre tutti, a destra come a sinistra, cercavano di orientare al voto gli italiani, Bossi leggeva la grammatica delle istanze delle persone come parte di uno specifico territorio. Ecco: la Lega ha capito, prima di tutti, che l’elettore va considerato in un rapporto “uno a uno” ma a casa sua.
Prendi due regioni vicine: Basilicata e Puglia. Prendi due esigenze: acqua ed energia. Bene, pugliesi e lucani hanno le stesse necessità ma istanze completamente diverse: noi lucani cediamo e abbiamo ceduto l’acqua che ha fatto la fortuna turistica del tavoliere e pretendiamo,quindi, un ritorno evidente, tangibile. Non ci basta solo disporre dell’acqua. E il petrolio, vogliamo parlarne?
Io credo che il federalismo fiscale sia un argomento che in Basilicata ha già molti proseliti. Se c’è un Bossi in questa regione, che si faccia avanti.