Di Pietro e la sacra identità dei valori di gruppo

18 04 2008

La parola annessione genera timore e ancestrali paure. Guerre civili, spargimenti di sangue per i confini e richiami a tradizioni domestiche e patriottiche in nome della battaglia sacra per l’identità. Anche Tonino nostro, castigamazzette prima e ammazzacasta poi, si è votato, per fortuna senza imbracciare fucili e senza riempire ampolle, alla causa del sacro vincolo del territorio. Non padano o molisano. Ma solo parlamentare. L’identità è l’identità, e nessun essere umano può annettere il prossimo senza giusta causa. Per questo motivo è giusto che la stirpe italicovaloriale, nata dal soffio spirituale del beato Di Pietro, non si mischi con altre genti. Anche l’Onu avrebbe stabilito che l’invasore Piddemocratico non può e non deve fagocitare il popolo dalle mani pulite. Non sia gruppo unico, è scritto nelle tavole, costi quel che costi. E se la sacra divisione dovesse costare l’ira di Dio, ben sia. Certo è che, nel caso della nascita di due gruppi parlamentari (Pd e Italia dei Valori), la divisione delle…acque…costerà proprio l’iradiddio.

Si legge oggi su Il Giornale: «Quarantatré parlamentari non possono essere semplicemente annessi», tuona Di Pietro. Che è stato lesto a farsi due conti: con i suoi eletti a Camera (29) e Senato (14), oltre ai 20 milioni di finanziamento pubblico che affluiranno in cinque anni nelle sue casse, ne arriveranno altri cinque (uno all’anno) se costituirà gruppi autonomi, cui vanno aggiunti i contributi per il personale, almeno una ventina di persone; un segretario di presidenza (con relative prebende, staff pagato e benefit, a cominciare dai 4mila euro di indennità in più per il fortunato); più un proprio capogruppo e un rappresentante in ogni commissione. Oltre alla richiesta, già sul piatto, di ottenere la presidenza di almeno uno degli organismi di controllo che verranno assegnati all’opposizione..

Ma questo, beninteso, è per il rispetto del voto degli elettori. Per la tutela dei valori e delle idee. Sia mai che qualcuno ha pensato altro. Se poi vi chiedete su chi peserà il costo del peccato originale, la risposta è ormai la solita. Come sempre al povero nostrano adamo, che ha dato una costola per avere Eva, e poi, in cambio di una misera mela e tante promesse, c’ha rimesso pure il Paradiso. Vi ricorda nulla?

Alcebrando





La comunità e il mercato

18 04 2008

Rapporto tra politica e società civile: Dario Di Vico sul Corriere, da leggere .

Ma il cittadino globale — sia il metalmeccanico di Mirafiori o
l’artigiano di Schio che con il loro voto hanno reso possibile il successo della Lega Nord — non vuole vivere da solo e chiede perentoriamente nuovi filtri,
nuovi strumenti di intermediazione tra lui e il dio mercato.
La competizione globale lo terrorizza, la strumentazione politica e sindacale del secolo scorso gli pare obsoleta, i modernisti non riescono a scaldargli il cuore e così riscopre i valori del territorio e della comunità. E ricrea le condizioni, dopo la morte della Dc, di un nuovo interclassismo, stavolta su base dell’identità locale.

Comunità è già di per sé una parola che suona calda e le prime analisi dei flussi elettorali ci dicono che riesce addirittura a sostituire nel cuore degli operai rossi la mitica Classe perché evoca una solidarietà collettiva che promette di accompagnarlo dalla culla alla tomba, come si vantava di saper fare la socialdemocrazia dei tempi d’oro.

Il rischio che la comunità sostituisca la vecchia sinistra e le confederazioni del lavoro,
che il verde subentri al rosso ma che i costi della non modernizzazione invece di scendere salgano, c’è tutto. E del resto mentre sindacati e imprenditori del ‘900 avevano nel fordismo almeno una grammatica comune, oggi è difficile rintracciare un alfabeto della globalizzazione nel quale si possano riconoscere le parti in causa, i ceti medi padani impauriti e le élite cosmopolite che dormono in Italia una notte su tre.

La forza di coesione rappresentata dall’identità di territorio se giocata contro l’integrazione e l’apertura del sistema Paese può rivelarsi un gigantesco autogol, la moltiplicazione di tante piccole società chiuse capaci tutt’al più di rallentare i tempi del proprio inevitabile declino.
Ma non è detto che sia così. Il senso di appartenenza a una comunità può anche rappresentare un fattore competitivo e la straordinaria storia dei distretti industriali sta lì a dimostrarlo. Perché non resti un’esperienza isolata forse tocca a quelli che polemicamente vengono chiamati i mercatisti un sovrappiù di elaborazione culturale.
La capacità di prospettare al cittadino impaurito un mercato capace di fornire comunque una seconda chance.

Masa





Sud, le periferie votano Pdl

18 04 2008

Da Il Sole 24ore, un’analisi interessante ma, mi chiedo, la Basilicata?

Più consensi nei quartieri popolari e in provincia Ici e bonus bebè hanno convinto operai e insegnanti

Vomero, quartiere bene di Napoli. Qui il Popolo della libertà si è fermato (per modo di dire) al 43 per cento. Ma basta spostarsi in periferia, basta spingersi fino a Secondigliano, dove il numero dei lampioni cala insieme alle cifre dello stipendio, per veder schizzare il consenso al 57 per cento. Stesso discorso a Cagliari.
In centro il Pdl è al 42 per cento, nel seggio davanti alle case popolari di Sant’Elia supera il 45 per cento. E se da lì andiamo fino a Quartu Sant’Elena, di fatto periferia della città, arriviamo al 53. Ed è così anche in Puglia, in Sicilia, in Calabria. In tutto il Sud.

Più voti in periferia che al centro, più in provincia che in città. Ceto medio, pancia del Paese, strati popolari: chiamatelo come volete, ma è qui che il Pdl ha stravinto nel Mezzogiorno, senza nemmeno l’aiuto della Lega come al Nord.
Non sono imprenditori e liberi professionisti ma impiegati, operai, insegnanti che magari un tempo stavano a sinistra.
Attirati dal taglio dell’Ici, visto che anche al Sud l’80 per cento delle famiglie è proprietaria di casa. Invogliati dal ritorno del bonus bebè, perché qui i figli si fanno ancora. E convinti dal cambiamento promesso da Berlusconi in una terra dove tutto sembra immobile. Non solo oggi, con la sinistra al potere a Roma e nelle Regioni. Ma da sempre.

Le periferie e le province
Lo schema è sempre lo stesso. Il Popolo delle libertà avanza di più nei centri medi e piccoli della provincia che nelle città capoluogo. È così a Palermo dove il Pdl prende il 46 per cento in città e il 48 considerando l’intera provincia.
E così a Napoli, dove si passa dal 45 al 48 per cento, e anche a Catania e Bari dove pure la differenza scende sotto l’1 per cento.
«È la dimostrazione — dice Raffaele Fitto, ex governatore della Puglia, in corsa per una poltrona nel governo — di come noi abbiamo capito meglio i bisogni della gente comune, quella che non chiede la luna ma sicurezza e qualche soldo in più per campare.

Masa