I biglietti di Blair e l’italiaca indignazione in un Blob

25 04 2008

L’ex primo ministro inglese, Tony Blair, viene “pizzicato” senza biglietto su un treno che collega la città all’aeroporto.
La gens britannica, però, non è affatto incline al capo chinato nei confronti del potente di turno, anche senza poltrona, e quando il controllore vorrebbe “chiudere un occhio”, insorge e nel vagone scoppia un putiferio. Al di là del massacro mediatico successivo diretto all’ex leader del Regno Unito, la vera notizia è proprio nella reazione dei passeggeri. Quanti in Italia, magari davanti a un Pomicino di turno, avrebbero pronunciato anche una sola sillaba? E quanti poi si sarebbero realmente indignati.
Se nei paesi scandinavi un ministro si dimette perchè beccato ad usare l’auto blu per andare a fare shopping, nel Belpaese queste passano come notizie, o piu’ gravemente, come flash travestiti da curiosità. E poi il silenzio.

Dalle Alpi a Lampedusa, tutti hanno letto il libro di Stella e Rizzo sulla casta, ma chi ha poi osato fare una riflessione sulle troppe “agevolazioni” della classa politica, dai biglietti gratis per lo stadio (ovvio luogo in cui si decidono le sorti della nazione) fino al barbiere a costo zero e ai rimborsi per i viaggi…culturali. Con la chiusura del volume è calato il silenzio. Figuriamoci su sprusi, scandali e scandaletti. Sui “passaggi” in ambulanza per raggiungere presto lo studio televisivo o sulle mazzette per gli ospedali, o sui raccomandati asini che battono i laureati con lode. Tutto tace. Anzi, si mima la mitraglietta per una domanda sulla onestà coniugale dell’inquilino del Cremlino. La verità, forse, risiede nell’incapacità orami acquisita dell’italiano di lasciar passare tutto come dovuto o lontano. Forse l’antidoto per la politica e per l’antipolitica è da cercare proprio nella mancanza del gene dell’indignazione nel dna italico, che al massimo storico, ha toccato tempi da blob nel coro, tutto nostrano (”vuoi anche queste”) diretto all’uomo con il garofano. Anche lì, tutto teatrale con appalusi finali e chiusura di sipario. O meglio, con intervallo tra primo e secondo atto.

Bettino Craxi - Hotel Raphael - 30 Aprile 1993:

Alecebrando





Lamorte sulle royalties: un fondo per lo sviluppo regionale

24 04 2008

Almeno un’idea. Qualche volta, nel mare delle parole che ogni giorno riempiono i giornali lucani,
spunta anche un’idea. E non importa se sia condivisibile o meno, importa che sia stata pensata,
che abbia testa e coda, che risponda ad un obiettivo e che impastisca un progetto coerente per raggiungerlo. La politica è a corto d’idee, quindi, quando qualcuno ci prova, va aprezzato.

Il Presidente di Unioncamere Basilicata, Pasquale Lamorte, sul tema delle royalties petrolifere, lancia l’idea di istituire dalle risorse naturali un Fondo finalizzato per lo sviluppo regionale.

masa





La Rifondazione con problemi di collocazione

21 04 2008

Vi proproniamo una delle tracce consegnate agli alunni del Comitato politico nazionale di Rifondazione Comunista che si è svolto ieri a Roma.

PROBLEMA: il contadino consegna a Sinistrarcobaleno una cassetta con il 10% di voti per portarla al mercato. Alla bancarella, Sinistrarcobaleno arriva solo con il 3%. DOMANDA: Quanti voti ha perso Sinistrarcobaleno nel tragitto? Tra chi si sono divisi e come? Come farà il contadino ad assicurarsi, la prossima volta, che la cassetta arrivi piena al mercato.

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Svolgimento dell’alunno Ferrero Paolo, capoclasse in pectore della nuova sinistra:

La cassetta di Sinistrarcobaleno si è svuotata perché l’hanno saccheggiata durante il tragitto gli astenuti e quei pochi che invece del mare hanno preferito i seggi, e che al Sud hanno votato Pd, nota forza di opposizione marxista, e Italia dei Valori, evidente movimento leninista per il potere operaio. Al Nord, invece, tutte le mele sono andate alla Lega, allergica alle poltrone, pacifista, e contraria alla proprieta’ privata padana. Quindi la prossima volta il contadino farebbe meglio a consegnare la cassetta ai veri comunisti, quindi a me, Caruso, Luxuria, Agnoletto e a tutti i trotzkisti presenti (sempre che si decidano ad accendere il telefonino).

Così almeno il tragitto fino al mercato ce lo risparmiamo del tutto, e almeno si tutela l’ambiente.

Per par condicio si riporta anche lo svolgimento dell’alunno Guccini Francesco, noto reazionario emiliano con un passato da squadrista nella nera Bologna:

“Il problema della gente è la sicurezza, seguito dalla necessità di arrivare a fine mese. Chi ha una casetta non vuole trovarla svaligiata, chi non ce l’ha vuole i soldi per mantenere la famiglia”. (Il Corriere della Sera, 21 aprile 2008).

Con buona pace, per il momento, del terzomondismo su cui, a pancia piena, si ragionerebbe sicuramente meglio….ah la matematica che stupenda opinione.

Alcebrando





Sud: nuovi leader cercasi

21 04 2008

In questo articolo, pubblicato su Il Riformista dello scorso 13 marzo, la professoressa Anna Chimenti ci presenta un meridione ormai staccato dal resto della nazione, una deriva lenta e sofferta in attesa di nuovi leader.

S’è guadagnato le prime pagine dei giornali, Rino Vendola, sindaco di Gravina di Puglia,
il paese dei due bambini Ciccio e Tore, scomparsi e ritrovati in fondo a un pozzo, dove hanno atteso per giorni che qualcuno andasse a trovarli.
Vendola ha avuto il coraggio di dire apertamente quel che tutti avevano notato seguendo i telegiornali e vedendo la gente del paese, alle spalle dei cronisti in diretta, fare a spintoni per farsi inquadrare dalla tv. «Una comunità indifferente e spesso volgare. Di quella volgarità che nasce da ignoranza, sciacallaggio e incultura e voglia di apparire dietro le telecamere», ha dichiarato il sindaco al Corriere della Sera.

È una descrizione impietosa, specie per chi è abituato a considerare il Sud come la terra in cui, anche per ritardi atavici, resiste ancora una dimensione umana, familiare, di comunità e solidarietà.
E invece, mentre l’aspetto tradizionale a poco a poco scompare, larga parte del Sud, specie quello dei piccoli centri, sta a poco a poco staccandosi dalla realtà del resto del Paese. A parte la televisione, che rimane l’unico vero elemento di collegamento con il resto dell’Italia, il localismo ha preso il sopravvento, ed è venuta meno ogni speranza che la soluzione dei propri problemi passi per un intervento dello Stato. Napoli e il problema insolubile della mondezza sono l’esempio principe di questa nuova situazione. Ma ovunque ormai, si può dire, nel Meridione, è prevalsa la dimensione locale e una sorta di deteriore “fai da te”.
Non ci sono più leader politici nazionali che provengano dalle città del Sud.

Chi ha preso il posto di Moro, Reale, Mancini, Amendola, Gullo, Di Vittorio, e perfino dei Colombo, Misasi, Mattarella, Formica? Per De Mita che corre nella sua Irpinia la sua ultima corsa, per Sassolino che - presto o tardi - si prepara a lasciare la sua Campania, dopo quasi un ventennio di regno ininterrotto, nessun nuovo astro è sorto, nessun ras ha preso posto. La vera classe politica del Sud sono gli assessori regionali dai nomi sconosciuti, che guidano amministrazioni spesso più grandi e più potenti di certi ministeri romani, e che naturalmente non rispondono a nessuno tranne che a sé stessi.

Dei sedicenti manager della politica, alle prese spesso con complicate controversie giudiziarie, che badano ai propri interessi e solo in base a questi decidono la propria collocazione.
Gente che, pur di ottenere, non un incarico, ma anche solo la promessa di un posto, può passare con indifferenza e senza il minimo imbarazzo da un partito all’altro, da uno schieramento all’altro portandosi dietro pacchetti di tessere e di voti, come ha fatto il siciliano, ex centrosinistra, Ferdinando Latteri, detto anche “mister trentamila voti”, passato al Mpa.
O come il calabrese Giuseppe Galati, deputato uscente Udc e passato a Forza Italia. O come il vicepresidente del consiglio provinciale di Cosenza Mario Caligiuri, passato, mantenendo !’incarico, dall’Udeur a Italia dei Valori. O ancora Oreste Morcavallo, anche lui calabrese, assessore all’Edilizia scolastica, passato dall’Udeur a Italia dei Valori.

Nei quindici anni di Seconda Repubblica insomma non è avvenuto al Sud quel che invece è accaduto al Nord. Non è nato un Berlusconi (anzi, curiosamente, il Cavaliere ha nel Meridione una fortissima audience e una inesauribile riserva di voti). Né un Tremonti, né un Bossi (a meno di non voler considerare, ed è davvero spropositato, aspirante a un ruolo pari a quello del Senatur il leader del Mpa e candidato a presidente
della Regione Sicilia Raffaele Lombardo). Nessun sindaco di grandi città, come la Moratti o Veltroni o Chiamparino o Cofferati, è assurto a ruoli nazionali.
Nessun governatore come Formigoni ha potuto aspirare a un incarico di ministro.
Se questo non è accaduto, ci dev’essere una ragione, forse ce n’è più di una.
La più nascosta, che dovrebbe anche essere la più esplorata, per capire verso dove
sta andando metà del Paese, è quella svelata dal sindaco di Gravina: !’indifferenza, la volontà di affrontare e cercare di risolvere i problemi con i metodi locali, con le conoscenze locali, perfino con le guerre di bande e le mafie locali.
Stupisce che né il centrodestra né il centrosinistra si interessino a una questione così importante.
Se il Sud si stacca o diventa un pezzo a sé, non è un problema dei meridionali, ma di tutti noi.

Masa





Montezemolo, Ichino e il sindacato ballerino

19 04 2008

Luca, il Duca dell’impresa italiana lascia il vertice di Confindustria e, come un nuovo Fred Astaire, fa ballare i sindacati. Mentre Pietro Ichino, noto giuslavorista e fresco senatore del Pd, prova a dare i voti ad imprese e operai.

Sul Corriere di oggi, nel passare le consegne al vertice di confindustria Motezemolo lascia il segno:

«Il risultato delle elezioni conferma quanto andiamo dicendo da tempo: i lavoratori non si sentono più rappresentati da forze politiche e sociali incapaci di dare risposte vere ai loro problemi concreti. E sono molto più vicini alle nostre posizioni che non a quelle dei sindacalisti»

«È ormai chiaro che la trincea dei negoziati infiniti, del rifiuto di guardare con occhi obiettivi la realtà e soprattutto in che direzione va il mondo, serve solo e soltanto a difendere una casta di professionisti del veto - ha proseguito Montezemolo, applaudito dalla platea degli imprenditori -. È veramente ora che il sindacato apra gli occhi e si confronti con il mondo reale, rinunciando a pratiche vecchie, come quegli scioperi rituali e inutili che ogni due anni accompagnano puntualmente i rinnovi contrattuali»

Pietro Ichino, in una intervista a Repubblica afferma:

«La realtà non è così semplice; ma la dichiarazione di Montezemolo coglie una parte rilevante della realtà: il nostro sistema di relazioni industriali funziona molto male»

É possibile che Confindustria stia effettuando un pressing sul Partito Democratico per indurlo a mollare la Cgil?
«Questo pressing implicherebbe che tra PD e Cgil ci fosse un nesso privilegiato, che non c’è affatto: come si è visto chiaramente in questa campagna elettorale, il PD sostiene e pratica non solo l’autonomia del sindacato dalla politica, ma anche l’autonomia della politica dal sistema delle relazioni sindacali. Aggiungo che il sindacalismo peggiore, come del resto quello migliore, non alligna soltanto nella Cgil».

Montezemolo dice ancora che in quattro anni i sindacati non hanno voluto o potuto raggiungere un accordo «non con noi ma tra di loro»

«É vero. Montezemolo, però, dovrebbe riconoscere che anche in seno alla Confindustria, in questi anni, si sono viste molte resistenze alla riforma necessaria della contrattazione collettiva. Il sistema delle relazioni industriali non è fatto soltanto dai sindacati, ma anche dalle associazioni imprenditoriali: anche queste devono riformarsi. E rinunciare a molti atteggiamenti conservatori».

Secondo Montezemolo dal risultato elettorale emerge che i lavoratori non si sentono più rappresentati da forze politiche e sociali incapaci di dare risposte vere ai loro problemi». Condivide questo punto di vista?
«Che il nostro sistema di relazioni sindacali sia oggi in grave affanno, e incapace di auto-riformarsi, è vero. Ed è vero anche che questo ha un effetto grave di freno per tutto il sistema economico. Ma la buona politica non è quella di fare di tutta l’erba un fascio. Fossi in Confindustria punterei semmai su quello che c’è ancora di buono nel sindacalismo italiano, per valorizzarlo. Montezemolo ha molti meriti, ma non ha brillato in questi anni per capacità di tessere la tela, di fare da sponda al sindacalismo migliore; la speranza è che su questo terreno Emma Marcegaglia si dimostri più abile».

masa





Di Pietro e la sacra identità dei valori di gruppo

18 04 2008

La parola annessione genera timore e ancestrali paure. Guerre civili, spargimenti di sangue per i confini e richiami a tradizioni domestiche e patriottiche in nome della battaglia sacra per l’identità. Anche Tonino nostro, castigamazzette prima e ammazzacasta poi, si è votato, per fortuna senza imbracciare fucili e senza riempire ampolle, alla causa del sacro vincolo del territorio. Non padano o molisano. Ma solo parlamentare. L’identità è l’identità, e nessun essere umano può annettere il prossimo senza giusta causa. Per questo motivo è giusto che la stirpe italicovaloriale, nata dal soffio spirituale del beato Di Pietro, non si mischi con altre genti. Anche l’Onu avrebbe stabilito che l’invasore Piddemocratico non può e non deve fagocitare il popolo dalle mani pulite. Non sia gruppo unico, è scritto nelle tavole, costi quel che costi. E se la sacra divisione dovesse costare l’ira di Dio, ben sia. Certo è che, nel caso della nascita di due gruppi parlamentari (Pd e Italia dei Valori), la divisione delle…acque…costerà proprio l’iradiddio.

Si legge oggi su Il Giornale: «Quarantatré parlamentari non possono essere semplicemente annessi», tuona Di Pietro. Che è stato lesto a farsi due conti: con i suoi eletti a Camera (29) e Senato (14), oltre ai 20 milioni di finanziamento pubblico che affluiranno in cinque anni nelle sue casse, ne arriveranno altri cinque (uno all’anno) se costituirà gruppi autonomi, cui vanno aggiunti i contributi per il personale, almeno una ventina di persone; un segretario di presidenza (con relative prebende, staff pagato e benefit, a cominciare dai 4mila euro di indennità in più per il fortunato); più un proprio capogruppo e un rappresentante in ogni commissione. Oltre alla richiesta, già sul piatto, di ottenere la presidenza di almeno uno degli organismi di controllo che verranno assegnati all’opposizione..

Ma questo, beninteso, è per il rispetto del voto degli elettori. Per la tutela dei valori e delle idee. Sia mai che qualcuno ha pensato altro. Se poi vi chiedete su chi peserà il costo del peccato originale, la risposta è ormai la solita. Come sempre al povero nostrano adamo, che ha dato una costola per avere Eva, e poi, in cambio di una misera mela e tante promesse, c’ha rimesso pure il Paradiso. Vi ricorda nulla?

Alcebrando





La comunità e il mercato

18 04 2008

Rapporto tra politica e società civile: Dario Di Vico sul Corriere, da leggere .

Ma il cittadino globale — sia il metalmeccanico di Mirafiori o
l’artigiano di Schio che con il loro voto hanno reso possibile il successo della Lega Nord — non vuole vivere da solo e chiede perentoriamente nuovi filtri,
nuovi strumenti di intermediazione tra lui e il dio mercato.
La competizione globale lo terrorizza, la strumentazione politica e sindacale del secolo scorso gli pare obsoleta, i modernisti non riescono a scaldargli il cuore e così riscopre i valori del territorio e della comunità. E ricrea le condizioni, dopo la morte della Dc, di un nuovo interclassismo, stavolta su base dell’identità locale.

Comunità è già di per sé una parola che suona calda e le prime analisi dei flussi elettorali ci dicono che riesce addirittura a sostituire nel cuore degli operai rossi la mitica Classe perché evoca una solidarietà collettiva che promette di accompagnarlo dalla culla alla tomba, come si vantava di saper fare la socialdemocrazia dei tempi d’oro.

Il rischio che la comunità sostituisca la vecchia sinistra e le confederazioni del lavoro,
che il verde subentri al rosso ma che i costi della non modernizzazione invece di scendere salgano, c’è tutto. E del resto mentre sindacati e imprenditori del ‘900 avevano nel fordismo almeno una grammatica comune, oggi è difficile rintracciare un alfabeto della globalizzazione nel quale si possano riconoscere le parti in causa, i ceti medi padani impauriti e le élite cosmopolite che dormono in Italia una notte su tre.

La forza di coesione rappresentata dall’identità di territorio se giocata contro l’integrazione e l’apertura del sistema Paese può rivelarsi un gigantesco autogol, la moltiplicazione di tante piccole società chiuse capaci tutt’al più di rallentare i tempi del proprio inevitabile declino.
Ma non è detto che sia così. Il senso di appartenenza a una comunità può anche rappresentare un fattore competitivo e la straordinaria storia dei distretti industriali sta lì a dimostrarlo. Perché non resti un’esperienza isolata forse tocca a quelli che polemicamente vengono chiamati i mercatisti un sovrappiù di elaborazione culturale.
La capacità di prospettare al cittadino impaurito un mercato capace di fornire comunque una seconda chance.

Masa